Una casa di petali rossi

Una donna alla scoperta di se stessa

Kamala Nair: i rifiuti da parte degli editori mi hanno resa libera

Prima di pubblicare un romanzo, non mi ero mai resa conto di quante emozioni avessero in comune la scrittura e la maternità. Sotto vari aspetti, Una casa di petali rossi è stato per me proprio come un figlio: l'ho creato, l’ho nutrito e l’ho amato con tutta me stessa. Dopo averlo finito, mi sentivo felice, eppure anche triste, come se fossi stata colpita da una specie di depressione post-parto. Per di più, subito dopo, mi ero dovuta staccare dal libro, per mandarlo fuori, nel mondo, dove sarebbe stato inevitabilmente analizzato, giudicato e magari respinto… Insomma: mi sono sentita come una madre iperprotettiva che osserva il proprio figlio allontanarsi da lei, il primo giorno di scuola.

Sono stata piuttosto fortunata perché alla fine ho trovato un agente e un editore; tuttavia il mio percorso è stato irto di ostacoli, per non parlare dei blocchi creativi e dei periodi di totale smarrimento. Però mi sono sempre imposta di andare avanti, ricordando, per esempio, che J.K. Rowling aveva vissuto un periodo nerissimo mentre scriveva Harry Potter e la Pietra Filosofale, che poi era stato rifiutato da diversi editori; che Albert Einstein non era riuscito a passare l'esame d'ingresso al Politecnico di Zurigo, che Walt Disney aveva perso i diritti della sua prima creazione, Oswald, prima di disegnare Topolino... Se il successo è una scala, mi sembra di poter dire che io sono sui primi gradini; ma non sarei mai arrivata lì se non avessi riflettuto su  quelle storie. Ecco perché adesso vorrei raccontare la mia storia, nella speranza che sia d’incoraggiamento ad altri, che li spinga a perseverare, a non perdere mai la speranza.


La strada verso la pubblicazione di un romanzo è lunga, stretta e tortuosa. Avevo mandato Una casa di petali rossi a vari agenti letterari e tutti lo avevano rifiutato. Poi, una magica mattina d'inverno, il mio attuale agente mi aveva lasciato un messaggio in segreteria, dicendo che sì, il romanzo lo aveva convinto. Mentre ascoltavo quel messaggio, tremante di freddo, fuori del mio ufficio, i «no» che avevo ricevuto erano svaniti nel nulla. L'unica cosa importante era aver finalmente trovato una persona che credeva in me e nella mia storia. E la fiducia di quella persona (cui sarò grata in eterno) era tale che il fatto di dover cercare anche un editore non mi preoccupava affatto. L'avrei trovato di sicuro, pensavo ingenuamente; il peggio era passato.
L’agente aveva mandato il romanzo a parecchie case editrici e, il giorno successivo all’invio, un editor gli aveva telefonato, dicendo che si era innamorato del mio libro e che voleva pubblicarlo. Ero al settimo cielo. Eppure, qualche giorno più tardi, quell'editor aveva richiamato, tirandosi indietro: il suo capo non era convinto, quindi non se ne sarebbe fatto nulla. Da lì in poi, ci eravamo trovati come sotto una diga crollata, sommersi da una serie di valutazioni negative, l’una più devastante dell'altra.

Tuttavia, in base ai commenti e alle critiche che avevamo ricevuto, il mio agente e alcuni lettori fidati mi avevano spinto ad arricchire la storia e ad approfondire le vicende della mia protagonista, Rakhee. Il manoscritto originale si concentrava sull'estate che Rakhee aveva trascorso in India quand’era ragazzina; iniziava e finiva lì, senza dir nulla di cosa le era successo dopo, una volta che lei era diventata adulta. Dovevo chiudere il cerchio della sua storia, rendere giustizia a lei e ai miei lettori. Ma riprendere in mano quel testo su cui avevo lavorato così duramente mi spaventava moltissimo. E non era una gran consolazione il fatto che comunque avessi già immaginato la storia come un flashback di Rakhee adulta.


Conoscevo quella donna e sapevo perché aveva voluto raccontare quell’estate della sua giovinezza, tuttavia come potevo aggiungere una nuova dimensione al romanzo senza togliergli slancio? Ripresi a lavorare sul testo, ma nulla di ciò che scrivevo era all'altezza delle mie aspettative. Mi sentivo come paralizzata. Un giorno, in preda alla disperazione, avevo contattato un’amica, anche lei scrittrice. Non ho molti amici scrittori, quindi mi rivolgo spesso a lei se ho bisogno di aiuto e devo ammettere che riesce sempre a «rompere» i miei blocchi creativi. Le avevo detto che rivedere il romanzo era un’impresa impossibile, che volevo abbandonare tutto. Ma lei mi aveva suggerito di scrivere la storia di Rakhee adulta esattamente come l'avevo in testa, senza curarmi del fatto che lo stile fosse più o meno bello o evocativo.
«Ma io non voglio rovinare la magia del mio racconto d'infanzia», avevo obiettato.
«Al diavolo la magia!» aveva esclamato lei. «Come vuoi che diventi Rakhee, da adulta?»
«Voglio che sia una donna forte, che ha superato tante avversità, ma che sta ancora lottando contro il proprio dolore.»
«Allora scrivi proprio così. Scrivi soltanto: 'Sono forte e combatto contro il mio dolore'. All’inizio, puoi lasciarti andare, farle dire le cose in modo molto diretto, senza pensarci troppo. Ma tieni conto che le prime dieci stesure saranno orribili.»
Essere autorizzata a scrivere qualcosa di «orribile» era stata un'autentica liberazione. Avevo accettato il consiglio della mia amica e, in pochi giorni, tutto mi era diventato chiaro; le parole giuste avevano cominciato a fluire liberamente, senza intralci. Era come se avessi re-imparato a scrivere.
«Mi sa che adesso funziona», aveva commentato il mio agente, dopo aver letto la stesura definitiva. Aveva ragione. E, in brevissimo tempo, aveva trovato una casa accogliente per il mio romanzo. E io avevo trovato la mia strada.


Ogni tanto ripenso ai rifiuti che ho ricevuto e provo sentimenti contrastanti. Sono come cicatrici, rendono concreto il dolore vissuto. Tuttavia, senza di essi, forse avrei pubblicato un libro meno bello; di certo, non avrei combattuto la battaglia che mi ha reso una scrittrice più forte. Di tanto in tanto, seguo il consiglio della mia amica e mi metto a scrivere «male». Se esito, mi chiedo perché ho tanta paura. La risposta è che una parte di me è atterrita all'idea di dover convivere con i propri sbagli. Fatico ad accettare come mie le frasi approssimative che ho scritto, anche se mi rendo conto che si tratta di passi nella direzione giusta.


Ma ho imparato che per scrivere bene, e per vivere bene, bisogna avere parecchia autoironia e accettare le proprie imperfezioni: persino Grace Kelly non è stata sempre Grace Kelly. Chi non ha mai fatto una cosa stupida? Nessuno. Prima s’impara ad accettare questa verità, prima s’impara a ridere degli inevitabili passi falsi e più ci si avvicina all’obiettivo: creare qualcosa da rivendicare, orgogliosamente, come proprio.



Il sito di Kamala Nair



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